Alberto Olivan, il giovane climber racconta come l’arrampicata ispira il suo brand sostenibile “Braghe”

Alberto Olivan, il giovane climber racconta come l’arrampicata ispira il suo brand sostenibile “Braghe”

Dai Colli Euganei a Yosemite, il giovane climber racconta il suo legame con l’arrampicata, le sfide mentali che ha affrontato e il progetto “Braghe”, nato per dare nuova vita ai tessuti nel rispetto della natura.

MILANO - Alberto Olivan ha scoperto l’arrampicata nel 2020 e da allora ha fatto di questa disciplina una vera e propria filosofia di vita. Dalle falesie italiane alle iconiche pareti della California, l’arrampicata gli ha permesso di viaggiare, conoscere persone e superare ostacoli, non solo fisici ma soprattutto mentali. In questa intervista, Alberto racconta il ruolo della componente psicologica nella scalata, il valore della natura nel mondo del climbing e il suo impegno per la sostenibilità con “Braghe”, il brand che trasforma vecchi tessuti in pantaloni da arrampicata unici e funzionali.

 

Ciao Alberto, raccontaci qualcosa di te: come è nata la tua passione per l’arrampicata?

La mia passione per l’arrampicata è nata nel 2020. Al tempo facevo ancora le scuole superiori, avevo molto tempo libero e perciò mi sono dedicato al 100% a questa disciplina in tute le sue sfaccettature: dall’arrampicata in falesia che praticavo per il 90% del tempo al bouldering, andando in giro per l’Italia e nel mondo, fino all’alpinismo sulle Dolomiti. Ho iniziato ad arrampicare grazie a mio cugino, che mi ha portato per la prima volta nelle falesie vicino casa, nei Colli Eugani e nei Colli Berici. Come spesso capita, ero in un momento un po’ buio e l’arrampicata mi ha aiutato molto a superarlo perché è stata come una sorta di “meditazione in movimento” ed è una disciplina che ha dei benefici molto grandi sulla mia vita e su tutto quello che mi circonda. Inoltre, la parabola della vita è l’arrampicata, sempre in salita.

L’arrampicata è una passione che permette di viaggiare per il mondo e di conoscere persone molto interessanti. L’anno scorso, ad esempio, ho avuto la fortuna di andare in California a Yosemite, a Bishop e a Joshua Tree, alcuni dei luoghi più ambiti dai climber. Ma non solo, sono stato anche in Francia, in Spagna e in Slovenia. Questi viaggi avvengono in dinamiche molto anticonvenzionali, in cui si dorme in tenda e spesso si è in posti desolati dove nel raggio di chilometri e chilometri non c’è nulla. 

L’aspetto affascinante non è solo l’atto pratico dell’arrampicata, ma è anche tutto il contorno. Ciò è molto in linea con quello che faccio con “Braghe” e con i valori del brand; c’è sempre un’etica importante dietro l’arrampicata: non dobbiamo mai distruggere dove camminiamo e dove andiamo.

 

L’arrampicata non è solo uno sport fisico, ma anche mentale. Quali sono le sfide più grandi che hai affrontato e come le hai superate?

Hervé Barmasse – figlio di guide alpine da generazioni - affermò “L’arrampicata è 99% testa e 1% fisico”. Magari è un po’ esagerata come affermazione, perché comunque il fisico è importante, però sono molto convinto che la componente mentale sia quella predominante e più importante in questa disciplina. L’arrampicata è molto simile agli scacchi: bisogna saper gestire gli imprevisti e soprattutto è molto difficile. 

La difficoltà dipende anche dal contesto. Io ho fatto poche esperienze sulle pareti alpinistiche – dove la parte mentale è fondamentale. Il 90% del mio tempo lo passo a scalare in posti sicuri, in cui comunque la parte mentale è predominante però ha una sfaccettatura diversa. Non è sopravvivenza ma è arrivare a compiere l’obiettivo di non cadere e pensare solamente a scalare. A Bishop, per esempio, luogo famoso per i climber in cui si scala senza imbrago, mi sono trovato in una situazione in cui ho scalato senza protezioni, in cui la parte predominante per arrivare in cima è stata quella mentale.

Arrampicare allena moltissimo la testa e ciò condiziona in modo positivo anche situazioni della vita di tutti i giorni: insegna a respirare e prendere in giusto tempo per poi reagire al meglio.

 

Per chi vorrebbe avvicinarsi all’arrampicata ma non sa da dove iniziare, quali sono gli aspetti fondamentali da considerare?

Il mio consiglio è quello di iniziare con qualcuno di esperto. Se si hanno le possibilità, è opportuno iniziare con una guida alpina che permetta di essere sicuri sulle manovre da eseguire.

Inoltre, grazie alle palestre di arrampicata oggi è molto più facile poter entrare in contatto con questo sport e con questo stile di vita. Il problema principale delle palestre è che si stanno allontanando molto velocemente dall’arrampicata su roccia, sono proprio due sport a sé stanti. Iniziando nelle palestre si può comunque approcciare lo sport dell’arrampicata su roccia, trovando la giusta compagnia. 

 

Con il tuo brand “Braghe” dai nuova vita ai tessuti, trasformandoli in pantaloni unici. Come è nato questo progetto e qual è la filosofia che ci sta dietro?

Quando ho iniziato ad arrampicare scalavo sempre col pigiama. Ovviamente, dopo qualche tempo, i pigiami hanno iniziato a rompersi, e mio zio 3 o 4 anni fa mi regalò un paio di pantaloni vintage a righe sgargianti. Mi ero innamorato di questo stile perché era molto in voga negli anni ’80 con scalatori del calibro di Manolo, Güllich, Berhault che avevano dei leggins super attillati e super sgargianti a righe viola, fucsia, blu, rosse per farsi vedere. Ai tempi c’era un cambio di paradigma e anche il vestiario stava a significare che questi scalatori stavano cambiando la storia. Quel mondo affascinante mi ha sempre attratto, dopo aver rotto e riparato i pantaloni che mi ha regalato mio zio infinite volte, era arrivato il momento di realizzarne altri.

Ho chiesto aiuto a mia mamma Sandra, che ha lavorato nel mondo dell’alta moda per decadi, e le ho chiesto di realizzare per me un pantalone con stoffa arancio e blu molto simile a un pantalone di Güllich in una foto emblematica per l’arrampicata. 

Andando in giro per le falesie, ovunque andassi, c’era sempre qualcuno che mi chiedeva dove avessi preso i pantaloni e il nome del brand. All’inizio ridevo perché non mi rendevo conto del reale interesse. A distanza di un anno e mezzo, considerata l’elevata richiesta mi sono messo in gioco e abbiamo iniziato a produrli per la vendita.

Mia mamma Sandra è molto attenta agli sprechi e al riciclo, e mi ha trasmesso fin da piccolo questi valori che io ho poi trasmesso al brand. Mi ha insegnato a usare solo ciò che effettivamente serve, a non sprecare e a non usare materiali superflui. “Braghe” nasce con lo stesso principio. 

L’industria tessile è una delle più inquinanti al mondo. È quindi anacronistico dover creare altre cose in più, si possono semplicemente usare materiali che già esistono e che sono stati scartate. “Braghe” sostiene proprio il principio di utilizzare esclusivamente stoffe di riciclo second hand, stoffe che spesso hanno disegni, scritte e imperfezioni oppure stoffe di scarti di produzione. Produciamo tutto in Italia nel raggio di massimo 2km a Noventa Vicentina (VI). 

Inoltre, ciò che porta valore sul mercato è il fatto che attualmente “Braghe” è like no other: non esistono due paia di pantaloni uguali, ogni paio è unico e questo è pazzesco perché è come avere un’opera d’arte portatile che hai solamente tu e non avrà mai nessun altro.

 

Quali sono i tuoi progetti e obiettivi per il futuro, sia per quanto riguarda l’arrampicata sia per quanto riguarda il tuo brand “Braghe”?

Nel breve termine, a livello sportivo spero di riprendermi dal mio infortunio al ginocchio e ricominciare ad allenarmi. Appena mi rimetto ho già in mente dei progetti arrampicatori abbastanza ambiziosi nella mia zona.

Per quanto riguarda invece “Braghe”, l’obiettivo è quello di riuscire a donare una nuova vita a più tessuti possibili e quindi cercare nel nostro piccolo di contribuire a fare qualcosa di buono per l’ambiente e per le persone (ad esempio, creare posti di lavoro) e andare in quella direzione che noi crediamo sia essenziale. Ci piacerebbe iniziare a vendere anche in giro per il mondo e in Europa.

 

Di Stefano Morretta

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